Capitalismo/Harvey

David Harvey – L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza – Feltrinelli (2011)

Per come la vedo io, il termine [Neoliberismo] si riferisce a un progetto di classe che ha preso corpo durante la crisi degli anni settanta.
Mascherato da una buona dose di retorica sulle liberta’ individuali, la responsabilita’ personale e le virtu’ della privatizzazione, del libero mercato e del libero scambio, questo progetto ha legittimato una serie di politiche draconiane mirate a ristabilire e a consolidare il potere della classe capitalista.
A giudicare dall’incredibile concentrazione della ricchezza e del potere osservabile in tutti i paesi che hanno preso la strada neoliberista, questo progetto ha avuto successo, e non c’e’ prova che sia morto.
Per esempio, uno dei principi pragmatici fondamentali emersi negli anni ottanta e’ che il potere statale dovrebbe proteggere gli istituti finanziari a qualsiasi costo […], principio, che e’ in aperta contraddizione con il non interventismo propugnato dalla teoria neoliberista […]
Detto grossolanamente, il principio consiste nel
privatizzare i profitti e socializzare i rischi, nel salvare le banche e spremere la gente.

Info:
http://www.spazioterzomondo.com/2012/05/recensione-david-harvey-l%E2%80%99enigma-del-capitale-e-il-prezzo-della-sua-sopravvivenza-feltrinelli/
http://contropiano.org/contropianoorg/aerosol/vetrina-pubblicazioni/2011/07/05/l-enigma-del-capitale-e-il-prezzo-della-sua-sopravvivenza-02315
http://www.millepiani.org/recensioni/l-enigma-del-capitale-e-il-prezzo-della-sua-sopravvivenza

Economia di mercato/Fana

Marta Fana, Simone Marta – Basta salari da fame – Laterza (2019)

Sono gli anni delle grandi privatizzazioni, che iniziano nel 1992, quando il governo Amato vara il decreto Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica, avviando la trasformazione di Eni, Enel, Iri e Telecom in societa’ per azioni.
Vengono svendute anche Italsider (cioe’ l’Ilva), Nuovo Pignone e molto altro.
Dietro questo processo c’e’ l’idea che il privato, guidato dal mercato, e’ sempre preferibile alla gestione pubblica; ma c’e’ anche la convinzione che vendendo i gioielli di Stato si sarebbe potuto ridurre l’“elevato” stock di debito pubblico.
Oltre alla miopia nella scelta di (s)vendere pezzi altamente redditizi per il breve e lungo periodo del sistema produttivo in favore di un consolidamento di bilancio – tutto da dimostrare – di breve termine, le privatizzazioni saranno la causa del processo di sbilanciamento tra redditi e profitti.
L’aumento della quota profitti si concentra in pochissimi settori: energia, trasporti, comunicazioni e bancario, guarda caso proprio quelli appena privatizzati. I nuovi proprietari privati possono godere contemporaneamente del blocco dei salari e della posizione di monopolio che lo Stato ha loro trasferito […]
La possibilita’ di estrarre saggi di profitto piu’ elevati senza dover ricorrere ad aumenti produttivi sia in termini quantitativi che qualitativi poggia su un’altra strategia: il decentramento produttivo con e senza il ricorso al sistema di appalti e subappalti. Utilizzato non solo in Italia, e’ uno tra gli espedienti attraverso cui i processi produttivi si dispiegano concretamente, rendendo sempre piu’ variabile il fattore lavoro utilizzato.
In Italia il sistema degli appalti e dei subappalti ha radici storiche ben sedimentate fin dagli anni Sessanta […]
I casi di esternalizzazione delle fasi produttive, di ricorso al sistema degli appalti e subappalti sono all’ordine del giorno, cosi’ come i 
casi di delocalizzazione della produzione. I due fenomeni, esternalizzazione e delocalizzazione, rientrano entrambi nella sfera delle ristrutturazioni capitalistiche nonostante si sviluppino lungo direttrici geografiche differenti: mentre la delocalizzazione fa riferimento alla produzione oltre i confini nazionali, l’esternalizzazione puo’ avvenire sia dentro che fuori tali confini.

Info:
https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858138878
http://www.leparoleelecose.it/?p=37065
https://www.pandorarivista.it/articoli/basta-salari-da-fame-marta-fana-simone-fana/

Economia di mercato/ Boitani

Andrea Boitani – Sette luoghi comuni sull’economia – Laterza (2017)

Per capire il «declino» dell’Italia bisogna dare almeno uno sguardo a come vanno le cose nei servizi, un settore complesso e variegato, che conta ormai per oltre il 70% del PIL.
A spiegare la relativa debolezza del sistema industriale italiano serve osservare come molti imprenditori abbiano colto l’occasione delle privatizzazioni degli anni Novanta e primi Duemila per spostare risorse e investimenti dai settori industriali piu’ esposti alla concorrenza ai piu’ protetti settori dei servizi pubblici (energia, telecomunicazioni, autostrade) e delle banche, dove una regolazione abbastanza accomodante consentiva di praticare prezzi (commissioni e margini di interesse per gli istituti di credito) elevati e ottenere, cosi’, alti profitti, senza doversi dannare troppo l’anima con l’innovazione e la produttivita’, oltre che con la concorrenza.
Il migliore di tutti i profitti di monopolio […] e’ la vita tranquilla. Ma la vita tranquilla delle imprese (e dei loro lavoratori) non fa crescere la produttivita’ e quindi l’economia e il reddito di tutti.

Info:
https://www.anobii.com/books/Sette_luoghi_comuni_sull%27economia/9788858124581/012e4b7607f103e80f
https://www.lavoce.info/archives/tag/i-sette-luoghi-comuni-sulleconomia/
https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858124581

Stato/Marsili

Lorenzo Marsili, Yanis Varoufakis – Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo – Laterza (2017)

Le privatizzazioni sono un simbolo chiave della perdita di sovranita’ popolare e della resa dello Stato a governare l’economia a favore di una maggioranza.
In alcuni casi, poi, diventano una forma di rendita garantita per azionisti: succede quando si tratta di aziende che operano in settori regolati e naturalmente monopolistici.
Privatizzazioni, queste, che hanno creato una nuova categoria di imprenditori rentier che estraggono valore da aziende ex pubbliche protette senza fare nessun investimento.
E’ ovvio che le privatizzazioni vadano immediatamente fermate e, dove possibile, invertite.
Ma si deve fare di piu’. Perche’ il punto non e’ nazionalizzare ma democratizzare il sistema economico.
Negli ultimi trent’anni si e’ esteso a dismisura quello shareholder capitalism, il capitalismo dell’azionista, che ha fatto dell’aumento dei dividendi l’unico fine aziendale, anche e soprattutto a scapito dei lavoratori, dell’impatto sociale e ambientale.
Molto spesso questo avviene attraverso un aumento fittizio del valore azionario con processi quali il buyback, l’utilizzo dei profitti aziendali per l’acquisto di azioni proprie invece che per investimenti.

Info:
https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858128282
http://www.minimaetmoralia.it/wp/terzo-spazio-intervista-yanis-varoufakis/

Economia di mercato/Fazi

Thomas Fazi, Guido Iodice – La battaglia contro l’Europa. Come un’elite ha preso in ostaggio un continente. E come possiamo riprendercelo – Fazi (2016)

Esistono vari modi tramite i quali si puo’ cercare di uscire da questa situazione di ingolfamento generale (general glut). Quello preferito dai banchieri centrali e’ abbassare il tasso di interesse. Ma, come abbiamo visto, in una crisi si puo’ anche abbassare gli interessi a zero senza che questo, di per se’, porti a nuovi investimenti. Certo, gli imprenditori si troveranno una voce di costo piu’ piccola, ma da un lato non e’ detto che le banche concedano piu’ prestiti se non migliora la capacita’ di rimborso della clientela e dall’altro non e’ detto che gli stessi imprenditori decidano di domandare piu’ prestiti alle banche: chi si indebiterebbe, anche a tasso zero, se pensa che la domanda futura sara’ insufficiente a vendere le merci che pro- duce? […]
E allora, ecco la risposta liberista: bisogna liberalizzare tutti i settori controllati direttamente o indirettamente dallo Stato, offrendo cosi’ nuove opportunita’ di business. Ma spesso neppure questo basta a ripristinare la fiducia e si rivela insufficiente soprattutto per economie grandi e mature.
Ed ecco allora l’ultimo tassello della storia: le bolle […]
Negli anni Novanta la crescita e’ stata trainata dalla bolla delle dot.com, dalla corsa all’oro della “new economy”.
Finita quell’euforia, negli anni Duemila si riscopri’ la vecchia e cara bolla immobiliare […]
Ma anche una bolla immobiliare, da sola, puo’ non bastare. Bisogna fare in modo che la gente sia “costretta” a indebitarsi e spendere. Per farlo le privatizzazioni dei servizi sociali sembrano essere un toccasana.
La gente deve curarsi, e se lo Stato non fornisce i servizi sanitari dovra’ rivolgersi ai privati. Le assicurazioni sanitarie sono un buon canale per la spesa a debito. Un altro servizio pubblico che, privatizzato, puo’ generare una bella quantita’ di domanda a debito l’istruzione.
Negli Stati Uniti gli studenti si indebitano per pagare le sempre piu’ stratosferiche rette delle universita’. La montagna di debito studentesco e’ arrivata a 1000 miliardi di dollari […]
Un’altra fonte autonoma di domanda e’ quella estera. La strategia mercantilista della Germania e’ stata tutta intesa a sfruttare questo canale. I tedeschi amano dire che gli altri hanno vissuto al di sopra delle loro possibilita’, ma la realta’ e’ che la Germania ha vissuto al di sopra della propria domanda interna (o, per dirla diversamente, al di sotto delle sue possibilita’).

Info:
https://fazieditore.it/catalogo-libri/la-battaglia-contro-leuropa/
https://keynesblog.com/2016/07/08/michele-salvati-recensisce-la-battaglia-contro-leuropa-di-thomas-fazi-e-guido-iodice/

Finanziarizzazione/Formenti

Carlo Formenti – La variante populista – Derive Approdi (2016)

[Il processo di finanziarizzazione] non sarebbe potuto avvenire senza il contributo e la partecipazione attiva del potere politico. Negli anni Ottanta del secolo scorso i governi Reagan e Thatcher non si limitarono a condurre una guerra senza quartiere contro i sindacati: furono promotori di una politica sistematica di deregulation dei mercati che contribui’ a definire la cornice istituzionale e legislativa della finanziarizzazione; una politica che ha trovato zelanti eredi nei governi delle «sinistre» convertite al liberismo: vedi la decisione del presidente democratico George Clinton di abrogare, nel 1999, la legge Glass Steagall (quella introdotta dopo la crisi del ’29 per impedire la commistione fra attivita’ bancarie tradizionali e attivita’ speculative), vedi le scelte di politica economica sistematicamente favorevoli agli interessi della City di Londra da parte del New Labour di Tony Blair, vedi infine l’operato dei governi italiani di centrosinistra che hanno promosso la liberalizzazione dei mercati finanziari e le privatizzazioni di imprese pubbliche, spacciandole senza pudore come passi avanti verso la modernizzazione e «democratizzazione»

Info:
https://sinistrainrete.info/teoria/9639-alessandro-visalli-la-variante-populista-di-formenti.html
https://www.lacittafutura.it/cultura/la-variante-populista-secondo-formenti

Economia di mercato/Zielonka

Jan Zielonka – Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale – Laterza (2018)

Oggi, la maggior parte dei politici, giornalisti e banchieri mainstream insistono che non c’e’ alternativa al dogma del libero mercato, del libero commercio, della libera scelta, della libera concorrenza e della libera comunita’ […]
Il repertorio delle politiche neoliberiste e’ ben noto: privatizzazione o mercatizzazione di servizi pubblici come l’energia, l’acqua, i treni, la salute, l’educazione, le strade, le prigioni; rimozione o riduzione della regolamentazione statale di settori economici vitali come il commercio, la concorrenza industriale, i servizi finanziari, le comunicazioni, l’energia, la salute, l’ambiente; riduzione delle tasse, soprattutto per i grandi affari, e tolleranza per le scappatoie fiscali; contrazione del sostegno sociale e stringenti strumenti di verifica per i gruppi che ancora avrebbero titolo all’aiuto pubblico, come disoccupati, disabili, senza dimora, genitori single.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/contro-rivoluzione-jan-zielonka/
https://ilmiolibro.kataweb.it/recensione/catalogo/440518/chi-ha-lasciato-senza-difese-la-democrazia/
https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858129937
http://www.atlanticoquotidiano.it/recensioni/rivoluzione-la-disfatta-delleuropa-liberale-jan-zielonka/
https://ilmiolibro.kataweb.it/recensione/catalogo/440518/chi-ha-lasciato-senza-difese-la-democrazia/

Economia di mercato/Fazi

Thomas Fazi, Guido Iodice – La battaglia contro l’Euripa. Come un’elite ha preso in ostaggio un continente. E come possiamo riprendercelo – Fazi (2016)

Impazzimento collettivo o guerra di classe? […]
Il quadro si semplifica, almeno in parte, se, rinunciando alla chiave degli “errori” e dell’“impazzimento collettivo”, si suppone che quella che stiamo vivendo sia una transizione, e che le politiche adottate dai sovrani della troika e dai governi nazionali piu’ forti, Germania in testa, rientrino in un processo governato di ristrutturazione delle nostre societa’: in una distruzione creatrice, finalizzata alla sostituzione del modello sociale postbellico (il capitalismo democratico incentrato sul welfare pubblico e sulla riduzione delle sperequazioni in un’ottica inclusiva) con un modello oligarchico (postdemocratico) affidato alla «giustizia dei mercati globali» e caratterizzato dal binomio poverta’ pubblica-ricchezza privata. […]
La scelta, per esempio, di costringere gli Stati membri ad accumulare enormi avanzi primari per assicurare che questi siano in grado di garantire il servizio degli interessi sul debito pregresso – esemplificata dal fiscal compact – e’ molto piu’ di una semplice “stupidita’”. Secondo alcuni, si tratterebbe addirittura del «piu’ grande trasferimento di risorse dalle classi medio-basse a quelle alte nella storia».
Lo stesso vale per le misure di privatizzazione o di compressione salariale, che vanno tutte a beneficio dei grandi gruppi industriali, europei e non, che infatti hanno visto il loro margine di profitto tornare ai livelli pre-crisi.
L’austerita’, pero’, non produce solo un trasferimento di risorse da alcune classi sociali verso altre; produce anche un trasferimento di risorse da alcuni paesi verso altri, come vedremo piu’ avanti. E’ difatti sotto gli occhi di tutti come la scelta di ridurre gli squilibri commerciali intereuropei costringendo i paesi in deficit a tagliare i salari e a ridurre la domanda, senza perO’ chiedere ai paesi in surplus di fare la loro parte stimolando la domanda interna, abbia determinato enormi benefici per i secondi (Germania in primis) a scapito dei primi.
In definitiva, possiamo ragionevolmente ipotizzare che quello a cui stiamo assistendo non sia un incidente di percorso o il semplice prodotto di politiche “sbagliate”, ma piuttosto il risultato di un disegno preciso. Di una vera e propria “guerra di classe”.

Info:
https://fazieditore.it/catalogo-libri/la-battaglia-contro-leuropa/
https://keynesblog.com/2016/07/08/michele-salvati-recensisce-la-battaglia-contro-leuropa-di-thomas-fazi-e-guido-iodice/

Europa/Balibar

Etienne Balibar – Crisi e fine dell’Europa? – Bollati Boringhieri (2016)

La «crisi greca», con tutto cio’ che rivela, continua a essere una delle cause principali della paralisi della societa’ e dell’economia europee, malgrado l’apparente sproporzione tra le dimensioni della Grecia e quelle dell’Europa nel suo insieme. E’ vero che il governo Tsipras, dopo essere stato costretto a subire il diktat europeo del luglio 2015, oggi applica docilmente le istruzioni della troika in fatto di compressione dei salari e delle pensioni, di disciplina di bilancio e di privatizzazioni, anche se tenta di fare in modo che questa politica di austerita’ e di espropriazione della ricchezza nazionale risulti meno ingiusta possibile nei confronti della parte piu’ stremata della popolazione.
Tuttavia, questa politica non ha in nessun modo l’effetto di rilanciare l’economia della Grecia (e in realta’ non e’ neppure il suo obiettivo), ma sta facendo sprofondare il Paese in una grave recessione: il prodotto interno lordo e’ sceso a un livello di gran lunga inferiore a quello di prima dell’inizio della crisi (2008), la disoccupazione (soprattutto giovanile) rimane altissima e la percentuale della popolazione che vive al di sotto della soglia di poverta’ aumenta continuamente.
Non bisogna dimenticare che la troika continua a rifiutare (o a rinviare a un futuro indeterminato) la ristrutturazione del debito pubblico greco, richiesto con insistenza dal FMI stesso, e che i crediti promessi, versati con il contagocce, non vanno a finanziare nessun programma di risanamento nazionale, ma vengono assorbiti quasi interamente dal pagamento degli interessi o dai rimborsi di prestiti pregressi – cioe’ sono recuperati dal sistema finanziario.
In parole povere, i contribuenti europei, se pagano direttamente o indirettamente per questi crediti, non fanno altro che sovvenzionare le banche.
La domanda che si pone allora e’: che rapporto c’e’ tra questa strategia distruttiva (di cui ho detto che si avvicinava a una «vendetta» politica prolungata) e le prospettive deprimenti dell’economia europea nel suo insieme, che accentuano il suo ritardo nella congiuntura mondiale?

Info:
https://www.illibraio.it/libri/etienne-balibar-crisi-e-fine-delleuropa-9788833928449/
https://www.lindiceonline.com/osservatorio/economia-e-politica/balibar-crisi-europa-ordoliberale/
https://www.sinistrainrete.info/politica/9646-etienne-balibar-populismo-e-contro-populismo-nello-specchio-americano.html

Stato/Crouch

Colin Crouch – Il potere dei giganti. Perche’ la crisi non ha sconfitto il neoliberismo – Laterza

Primo [fattore] e’ la tendenza crescente dei governi a subappaltare molte delle loro attivita’ a imprese private, che si trovano cosi’ coinvolte nella definizione di politiche pubbliche. Il secondo e’ lo sviluppo della cosiddetta “responsabilita’ sociale dell’impresa”, un processo in base al quale le aziende si assumono compiti che vanno al di la’ della loro pura attivita’ economica, trovandosi, ancora una volta, a fare politiche pubbliche.
Il terzo fattore e’ quello che abbiamo segnalato all’inizio: la crisi finanziaria degli anni 2008-2009 non ha minimamente messo in discussione il ruolo dei giganti aziendali, specialmente finanziari, nella societa’ contemporanea, ma piuttosto non ha fatto altro che accrescerne il potere.

Info:
http://tempofertile.blogspot.com/2013/09/colin-crouch-il-potere-dei-giganti.html
https://tramedoro.eu/?p=2447
https:/www.pandorarivista.it/articoli/disuguaglianze-intervista-colin-crouch/