Economia di mercato/Scheidler

La fine della megamacchina. Sulle tracce di una civiltà al collasso – Scheidler Fabian – Castelvecchi (2024)


Per rimettere in moto la macchina del denaro e ripristinare il potere sociale minacciato, i detentori di capitale si sono avvalsi di una serie di strategie tipiche delle fasi di contrazione economica: in primo luogo, si impegnarono a fondo per ridurre i costi dei fattori produttivi, ossia i salari, le tasse e i costi delle risorse.
Per spingere al ribasso i salari e le tasse, esistevano anche in questo caso diversi modi: lotta ai sindacati, ai salari minimi legali e agli standard lavorativi; delocalizzazione della produzione verso Paesi con manodopera a basso costo; finanziamento di campagne per la riduzione delle imposte sulle imprese; trasferimento delle sedi aziendali in paradisi fiscali, ecc. […]
La seconda reazione, anch’essa tipica delle fasi di contrazione, fu un’espansione delle attività speculative […]
Si dice spesso che la speculazione e’ sostanzialmente un gioco a somma zero per quanto riguarda la totalita’ degli speculatori; ma nella pratica le cose vanno diversamente. Infatti, mentre i profitti confluiscono nelle mani dei privati durante la fase di espansione di una bolla speculativa, non appena questa scoppia, le casse pubbliche sono solitamente pronte a compensare gran parte delle perdite e a scaricarle sulla societa’ in generale.
Un esempio tipico e’ la grande crisi bancaria e immobiliare degli Stati Uniti del 1982, nota come “Savings and Loan Crisis”: dopo lo scoppio della bolla, il settore pubblico si e’ assunto la responsabilita’ dei costi per ben 124 miliardi di dollari, mentre le societa’ private hanno dovuto coprire perdite per soli 29 miliardi. Questo schema si e’ ripetuto dall’inizio degli anni Ottanta nelle innumerevoli crisi bancarie e finanziarie, fino alla crisi finanziaria globale del 2008 e alla successiva “crisi dell’euro”. Per rendere la speculazione redditizia in modo duraturo, pertanto, non solo è necessario abolire le norme ostruzionistiche, ma anche garantire che le perdite speculative non siano sostenute dagli stessi speculatori. Sebbene questo principio sia incompatibile con l’ideologia neoliberista, esso ha ricoperto fin dall’inizio un ruolo cruciale nella pratica”

Economia di mercato/Volpi

I padroni del mondo – Alessandro Volpi – Laterza (2024)


E’ interessante a questo riguardo chiarire come fa [Amazon], un colosso di simili dimensioni, a non pagare, praticamente, imposte.
La risposta e’ rintracciabile in uno schema fiscale che, apparentemente, e’ molto semplice. Esiste una societa’ di diritto lussemburghese, la Amazon Europe Holding Technologies Scs (Aeht), che ha il diritto legale di utilizzare la proprieta’ intellettuale di Amazon al di fuori dei confini degli Stati Uniti.
Dal momento che si tratta di una realta’ giuridica prevista dall’ordinamento del Lussemburgo, denominata “non-resident partnership”, qualsiasi somma ricevuta da altre societa’ del gruppo Amazon in cambio del diritto di utilizzare tale proprieta’ intellettuale e’ esente da imposte in Lussemburgo.
Esiste poi una seconda societa’, Amazon Eu Sarl, che gestisce le attivita’ europee di Amazon e che paga alla Aeht centinaia di milioni di euro in “diritti di autore” per la proprieta’ intellettuale di intangibles sfruttati dalle societa’ operative. Il costo dei canoni e’ deducibile dal reddito e va ad abbassare il reddito imponibile di questa societa’, e quindi la sua tassazione effettiva, che di fatto, per effetto delle perdite dovute ai pagamenti, non esiste.
Il passaggio finale della strategia prevede il trasferimento dei canoni da Aeht alla societa’ statunitense di Amazon, per le commissioni legate al diritto di concedere in licenza tale proprieta’ intellettuale in Europa. In altre parole, un paese europeo permette che esista una societa’ a cui vengono versati miliardi di euro senza che paghi imposte e che un’altra societa’, quella “reale”, gli versi miliardi di euro in canoni per abbattere artificialmente i propri profitti e quindi non pagare imposte. In pratica uno dei piu’ grandi monopolisti del mondo opera nell’Unione Europea senza versare un euro grazie alle regole di un paese europeo.

Info:
https://www.thedotcultura.it/alessandro-volpi-ecco-chi-sono-i-padroni-del-mondo/
https://valori.it/fondi-padroni-mondo-libro-alessandro-volpi/

https://altreconomia.it/chi-controlla-i-padroni-del-mondo/
https://sbilanciamoci.info/i-fondi-dinvestimento-padroni-del-mondo/

Finanziarizzazione/Marcon

Giulio Marcon – Se la classe inferiore sapesse. Ricchi e ricchezze in Italia – People (2023)

I super-ricchi vivono ormai in modo crescente in un territorio senza Stato.
Vivono a Londra e New York. Hanno il conto bancario a Ginevra. Fanno shopping a Milano e a Parigi. E mettono i loro asset nelle compagnie offshore delle Isole Vergini.
I manager di HSBC potrebbero vedere in cio’ i segni di una nuova epoca di diseguaglianza, ma non se ne accorgono. Un rapporto di HSBC ha evidenziato che lo Stato si sta ritirando dal welfare.
I ricchi “senza Stato” evitano di pagare le tasse nel loro paese, verso il quale provano ben poca fedelta’. Per cui trovano molto piu’ sensato fare le loro operazioni nei paradisi fiscali e nelle banche svizzere» […]
I super-ricchi stateless (‘senza stato’): ormai sono degli apolidi cosmopoliti. Non e’ lo spirito di solidarieta’ che faceva dire piu’ di un secolo fa ai proletari “la nostra patria e’ il mondo intero”, ma sono l’egoismo e il privilegio a far muovere i ricchi per il pianeta alla ricerca del posto migliore dove depositare i loro patrimoni esentasse: la loro patria sono i loro soldi.
La ricchezza apolide non e’ caduta dal cielo: e’ il risultato delle politiche neoliberiste di questi anni. E in particolare della circolazione incontrollata e senza regole dei capitali, della finanziarizzazione (speculativa) dell’economia, della distruzione dello Stato nazionale e della perdita di potere delle istituzioni economiche e finanziarie internazionali, della concorrenza fiscale tra gli Stati, del trattamento di favore verso la ricchezza e i grandi patrimoni.

Info:
https://altreconomia.it/se-la-classe-inferiore-sapesse-chi-sono-i-ricchi-e-perche-continuano-a-essere-ammirati/
https://www.lafionda.org/2024/01/09/se-la-classe-inferiore-sapesse/
https://www.ossigeno.net/post/se-la-classe-inferiore-sapesse
https://altreconomia.it/perche-sappiamo-cosi-poco-dei-ricchi/

Economia di mercato/Klein

Matthew C. Klein, Michael Pettis – Le guerre commerciali sono guerre di classe. Come la crescente disuguaglianza corrompe l’economia globale e minaccia la pace internazionale – Einaudi (2021)

Pensate a Apple. Ogni iPhone viene assemblato da Foxconn, una societa’ separata, usando componenti non prodotti da Apple.
Di per se’, Apple fabbrica pochi beni – di solito paga altri perche’ lo facciano. Eppure, gran parte del valore di ogni telefono arriva a Apple sotto forma o di profitti pagati agli azionisti o di salari pagati ai lavoratori americani che hanno sviluppato il software, progettato il prodotto finito e gestito le operazioni della societa’.
La produzione di ogni iPhone dovrebbe quindi generare esportazioni dai paesi che producono le componenti (principalmente Corea, Giappone e Taiwan), importazioni di quelle componenti nel paese in cui vengono assemblate (Cina), esportazioni dei telefoni finiti dal paese in cui sono stati assemblati (sempre Cina) ed esportazioni dal paese che ha prodotto il sistema operativo e il resto del software presente sull’iPhone prima della vendita (gli Stati Uniti).
Invece non e’ cosi’.
Buona parte del valore generato dall’attivita’ americana di Apple viene conteggiata come esportazione da un paradiso fiscale: sebbene la maggior parte del valore generato da Apple derivi dai suoi dipendenti negli Stati Uniti, molto del reddito di Apple si genera quando le vendite all’estero dei suoi prodotti sono ufficialmente pagate alle controllate di Apple in paradisi fiscali.
Il meccanismo esatto e’ complesso e si e’ evoluto nel tempo, ma la versione semplificata funziona piu’ o meno cosi’: prima di tutto, la controllata irlandese di Apple paga una commissione alla casa madre a Cupertino, in California, per coprire i costi di ricerca e sviluppo. Questa operazione vale come un’esportazione di servizi dagli Stati Uniti all’Irlanda. (La maggior parte delle esportazioni americane di servizi di ricerca e sviluppo finisce in paradisi fiscali, e la maggior parte delle importazioni irlandesi di servizi di ricerca e sviluppo proviene dagli Stati Uniti).
Il passo successivo e’ complicato. Secondo un’indagine internazionale pubblicata dal «New York Times» alla fine del 2016, l’impianto di Foxconn a Zhengzhou, in Cina – che assembla circa la meta’ di tutti gli iPhone – tecnicamente non e’ affatto in Cina, ma in una specie di terra di nessuno circondata da un confine doganale definita «zona franca». Questo permette a Foxconn di importare le componenti senza pagare i dazi cinesi. Non solo: grazie alla zona franca, Apple compra i telefoni finiti da Foxconn prima che siano entrati tecnicamente in Cina, poi li vende alle controllate in paradisi fiscali come l’Irlanda, e lascia che siano quelle controllate a vendere gli iPhone al resto del mondo dopo aver aggiunto un cospicuo margine di guadagno.
Questo permette a Apple di registrare il grosso dei suoi profitti in paesi dove paga meno tasse anche se i suoi telefoni vengono spediti da porti cinesi. Il risultato e’ che nell’anno fiscale 2017 Apple ha pagato imposte in misura pari al 18 per cento circa del suo reddito lordo, sebbene la societa’ si aspettasse di pagare un’aliquota intorno al 25 per cento […]
Apple non e’ certo la sola.
Anche Microsoft, per esempio, riporta che la sua aliquota fiscale effettiva negli anni fiscali 2015-17 e’ stata del 18 per cento circa […]
Anche Google ha pagato un’aliquota media effettiva di circa il 18 per cento. Cio’ puo’ essere spiegato solo in parte dalle inferiori aliquote fiscali previste per le societa’ presso i principali partner commerciali degli Stati Uniti. Almeno altrettanto importante e’ la capacita’ di queste aziende di riportare i loro profitti in paesi con aliquote fiscali effettive prossime allo zero

Info:
https://www.lavoce.info/archives/68783/guerre-commerciali-e-disuguaglianze/
https://www.repubblica.it/robinson/2020/08/18/news/bentornata_cara_vecchia_lotta_di_classe-300827708/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/11/i-super-ricchi-alla-base-delle-crisi-come-evitarlo-misure-fiscali-parla-lautore-del-libro-che-lega-guerre-commerciali-e-lotta-di-classe/6009245/

Europa/Collier

Paul Collier – Il futuro del capitalismo. Fronteggiare le nuove ansie – Laterza (2020)

Le grandi aziende si sono globalizzate, trasformandosi in reti giuridicamente complesse di consociate che hanno reciproci rapporti commerciali ma sono controllate da una societa’ madre.
Per questo tipo di imprese, il pagamento delle imposte e’ diventato un’attivita’ volontaria.
In Gran Bretagna, l’esempio piu’ efficace e’ quello della Starbucks: nonostante abbia venduto miliardi di tazze di caffe’, nel corso di un intero decennio la sua consociata britannica non ha praticamente fatto registrare profitti tassabili. E’ trapelato che un’altra consociata, con sede legale nelle Antille olandesi, stava facendo profitti notevolmente elevati nonostante non vendesse affatto caffe’; vendeva invece i diritti di utilizzazione del marchio «Starbucks» alla consociata britannica. La compagnia ha annunciato con tono indignato di aver versato tutte le imposte dovute nelle Antille olandesi, sebbene abbia omesso di ricordare che li’ l’aliquota fiscale era pari a zero […]
Alla globalizzazione delle imprese non ha corrisposto la globalizzazione degli strumenti di regolamentazione.
I poteri fiscali e di regolamentazione sono rimasti saldamente ancorati al livello nazionale […]
I nostri meccanismi sovrannazionali di coordinamento – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, il Fondo Monetario Internazionale, l’Unione Europea, il G7 e il G20 – hanno perso la capacita’ di creare obbligazioni reciproche vincolanti sostenute sull’interesse individuale illuminato.
Ogni nazione preferisce gareggiare in una corsa alla deregolamentazione fiscale. Questa sconfitta della governance e’ stata l’aspetto peggiore della globalizzazione contemporanea.

Info:
https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858131060
https://www.pandorarivista.it/articoli/il-futuro-del-capitalismo-di-paul-collier/
https://www.anobii.com/it/books/il-futuro-del-capitalismo/9788858131060/015fc8fc1b8b48e476/reviews

Finanziarizzazione/Klein

Matthew C. Klein, Michael Pettis – Le guerre commerciali sono guerre di classe. Come la crescente disuguaglianza corrompe l’economia globale e minaccia la pace internazionale – Einaudi (2021)

Ci sono molte ragioni legittime per cui le aziende americane operano in Irlanda: una forza lavoro anglofona e altamente istruita, un facile accesso al grande mercato di consumatori dell’Unione europea e brevi voli diretti verso molte delle piu’ importanti citta’ americane.
Fino agli anni novanta, pero’, la Repubblica d’Irlanda era un paese povero e sperduto alla periferia dell’Europa. E’ confinata su un’isola per lo piu’ rurale e ha un passato di rapporti complicati con il suo principale vicino.
Per superare questi svantaggi, il governo irlandese usa da tempo le agevolazioni fiscali per attrarre gli investimenti stranieri. L’aliquota tributaria ufficiale per le societa’ e’ di appena il 12,5 per cento. E’ una delle piu’ basse del mondo ed e’ da anni uno dei principali motivi per cui cosi’ tanti farmaci sono prodotti in Irlanda.
Ma le societa’ americane non sono interessate tanto alla bassa aliquota fiscale, quanto alla possibilita’ che le loro filiali «registrate» in Irlanda risultino «fiscalmente residenti» nelle Cayman o a Bermuda, dove l’aliquota tributaria per le societa’ e’ zero.
Mettete insieme un paio di queste controllate quasi irlandesi, spesso con una olandese in mezzo, poi spostate i profitti da giurisdizioni ad alta imposizione come la Germania a quelle a bassa imposizione come l’Irlanda, e la vostra multinazionale potra’ estrarre dal cilindro un’aliquota fiscale prossima allo zero sui suoi redditi internazionali.
Nel 2018, l’anno piu’ recente con dati completi, le controllate irlandesi delle corporation americane hanno generato profitti per circa 53 miliardi di dollari – piu’ o meno quanto i profitti generati complessivamente dalle controllate americane in Canada (31 miliardi di dollari), in Cina (13 miliardi di dollari) e in Giappone (13 miliardi di dollari) messe insieme.
Sempre nel 2018 le controllate olandesi delle societa’ americane hanno generato profitti per 87 miliardi di dollari – piu’ o meno pari ai profitti complessivi guadagnati in Australia (10 miliardi di dollari), Brasile (4 miliardi di dollari), Regno Unito (47 miliardi di dollari), Francia (2 miliardi di dollari), Germania (7 miliardi di dollari), Hong Kong (8 miliardi di dollari) e Messico (9 miliardi di dollari). Un simile risultato non puo’ essere spiegato dalle reali relazioni economiche; la spiegazione sta invece nel trasferimento dei profitti per pagare meno tasse. Insieme, quei sette paradisi fiscali sono stati responsabili nel 2018 di piú di 324 miliardi di dollari di reddito da investimenti diretti americani.

Info:
https://www.lavoce.info/archives/68783/guerre-commerciali-e-disuguaglianze/
https://www.repubblica.it/robinson/2020/08/18/news/bentornata_cara_vecchia_lotta_di_classe-300827708/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/11/i-super-ricchi-alla-base-delle-crisi-come-evitarlo-misure-fiscali-parla-lautore-del-libro-che-lega-guerre-commerciali-e-lotta-di-classe/6009245/

 

Economia di mercato/Hickel

Jason Hickel – The divide. Guida per risolvere la disuguaglianza globale – il Saggiatore (2018)

I paradisi fiscali si possono suddividere in tre gruppi principali.
Il primo e’ formato dai paradisi fiscali europei: il Lussemburgo, la Svizzera e i Paesi Bassi, che sono probabilmente i piu’ noti, quindi il Belgio, l’Austria, il Principato di Monaco e il Liechtenstein.
Poi ci sono i paradisi fiscali situati negli Stati Uniti, come Manhattan, la Florida e il Delaware, e nei territori compresi nella sfera di influenza americana, per esempio le Isole Vergini americane, le Isole Marshall, la Liberia e Panama.
Ma la rete di paradisi fiscali di gran lunga piu’ estesa e importante e’ quella, creata ai tempi del potentissimo impero britannico, che ruota intorno alla Gran Bretagna: di questa rete fanno parte le tre dipendenze della Corona, cioe’ Jersey, Guernsey e l’Isola di Man, i quattordici Territori britannici d’oltremare, tra cui le Isole Cayman, le Isole Vergini Britanniche e Gibilterra, e infine alcuni territori che non sono piu’ ufficialmente controllati dalla Gran Bretagna, sebbene un tempo fossero soggetti al suo potere imperiale, come Hong Kong, Singapore, le Bahamas, Dubai, l’Irlanda, Vanuatu e il Ghana.
Probabilmente, lo snodo piu’ importante di questa rete globale di paradisi fiscali e’ la City di Londra.
Puo’ sembrare equivoco, ma per City di Londra non si intende la capitale del Regno Unito, bensi’ un piccolo distretto amministrativo all’interno della citta’, che ospita il potente settore finanziario londinese. La City e’ in grado di funzionare come un paradiso fiscale perche’ e’ immune da molte leggi nazionali, non e’ soggetta ad alcun controllo parlamentare e – soprattutto – e’ esentata dall’obbligo di applicare le norme in materia di liberta’ dell’informazione

Info:
https://www.ibs.it/the-divide-guida-per-risolvere-libro-jason-hickel/e/9788842824961/recensioni
https://www.culturamente.it/libri/politica-economica-jason-hickel/
https://www.ilsaggiatore.com/libro/the-divide/

Capitalismo/Deneault

Alain Deneault -Economia dell’odio – Neri Pozza (2019)

Di fronte al fenomeno offshore, nell’autunno 2017 le autorita’ pubbliche francesi hanno chiaramente scelto di capitolare.
Invece di fare opera di contrasto nei confronti dei paradisi fiscali, la Francia si e’ messa a imitarli. […]
Il primo ministro Edouard Philippe ha dichiarato che lo Stato ha escluso dall’imposta di solidarieta’ sulla ricchezza (che tassa i piu’ ricchi a fini redistributivi) i profitti derivanti dai capitali per evitare che questi ultimi non se ne vadano o non restino “all’estero”, non osando parlare in maniera esplicita delle legislazioni offshore e della logica del dumping fiscale che tali capitali producono nel mondo.
Stessa posizione per quel che riguarda gli utili delle imprese, questa volta annunciata dal ministro dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire: in nome della “concorrenza fiscale”, in Francia l’aliquota di tassazione sulle società passera’, entro il 2022, dall’attuale 33,3 per cento al 25. Ovvero: le autorita’ pubbliche non solo non combattono lo scandaloso permissivismo normativo dei paradisi fiscali, ma s’ispirano alle loro pratiche […]
La Francia da’ invece prova di riserva mentale quando dovrebbe a sua volta contestare, a livello diplomatico politico e commerciale, le legislazioni compiacenti come quelle adottate da paesi come Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo, Bahamas, Liechtenstein o Isole Marshall.
Per cosa esattamente? Il piu’ delle volte, quelle legislazioni specificano che i profitti provenienti dall’estero potranno essere oggetto di tornaconti straordinari solo a condizione di non riguardare affatto la loro economia reale.
Cosi’ in questi paradisi fiscali si creano degli enti giuridici […] che non conducono nessuna attivita’ nello Stato che le rende possibili, pur rivelandosi al di fuori della portata delle istituzioni pubbliche dei paesi interessati dal capitale che esse amministrano.
Queste legislazioni cosi’ elastiche permettono all’oligarchia finanziaria e industriale mondiale di convogliare miliardi di miliardi di dollari verso regimi anomici, comportando una destabilizzazione dell’ordinamento economico mondiale pur nell’evidenza dell’assurdita’ di vari dati ufficiali. Per esempio, Jersey e’ presentato come grande esportatore di banane o le Isole Vergini britanniche come partner commerciale del calibro della Cina.
Ma, invece di contrastare il fenomeno, alcune grandi potenze, come appunto la Francia, si piegano alle regole del gioco come se quest’ultimo fosse davvero sensato. Cosi’, ecco spuntare la necessita’ di ridurre di svariati punti l’aliquota riguardante i redditi delle imprese, come gia’ fanno il Regno Unito, la Svezia, la Danimarca, la Germania e la Finlandia, per non parlare di quella incredibilmente bassa dei paesi dell’Europa orientale, i quali a loro volta affermano di doversi difendere dalla concorrenza fiscale delle Barbados, della Svizzera e di Hong Kong […]
Il denaro spostato nei paradisi fiscali non comporta soltanto delle perdite considerevoli nei diversi erari per il fatto che non viene tassato; esso crea anche un fenomeno di dumping a livello planetario.
Emulandosi a vicenda, molti dirigenti politici di rilievo internazionale stanno provvedendo, ciascuno nel proprio paese, alla riduzione delle aliquote d’imposta sul capitale e sui relativi redditi. Tali costi si misurano in maniera dolorosa, specialmente in drastiche perdite di servizi e di programmi sociali, per non parlare del debito pubblico destinato a salire di conseguenza, o dell’aumento delle tariffe dei servizi pubblici non ancora soppressi

Info:
https://neripozza.it/libri/economia-dellodio
https://www.che-fare.com/violenza-buona-governance-deneault/

Economia di mercato/ D’Eramo

Marco D’Eramo – Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi – Feltrinelli (2020)

Le imprese multinazionali hanno interesse a che esista una molteplicita’ di stati per poterli giocare l’uno contro l’altro (a chi tassa di meno, a chi offre piu’ incentivi per la localizzazione…).
Percio’ il neoliberalismo non solo esige uno stato che lo serva, ma ha bisogno di piu’ stati che competano per servirlo.
Se gli stati non rivaleggiassero tra di loro per ingraziarsi le corporation, non potrebbero esistere i paradisi fiscali […]
I paradisi fiscali sono la rotella, piccola, ma indispensabile, che permette di funzionare senza attriti a tutto il sistema dell’economia globale neolib: senza i paradisi fiscali, sarebbe molto piu’ arduo “affamare le belve”.
In termini arcaici, non sono i mercanti che commerciano per servire l’imperatore, ma sono i vari imperatori che gareggiano tra loro per governare al servizio dei mercanti.
Mentre per i classici liberali dell’Ottocento, lo stato governava a causa del mercato, ora per i neoliberisti lo stato governa per
il mercato. Come sostiene Wendy Brown: “Gli stati
neoliberali differiscono da quelli liberali perche’ sono diventati radicalmente economici, in un triplice senso: lo stato garantisce, spinge e promuove l’economia; lo scopo dello stato e’ di facilitare l’economia, e la legittimita’ dello stato e’ legata alla crescita dell’economia […]. Azione dello stato, finalita’ dello stato, legittimita’ dello stato: tutto economicizzato dal neoliberalismo”.
Cioe’ lo stato viene giudicato dal suo successo nel favorire l’economia del mercato. Quindi “uno stato sotto sorveglianza del mercato, piuttosto che un mercato sorvegliato dallo stato”, in cui il mercato diventa il tribunale da cui lo stato deve essere giudicato (assolto o punito). Una concezione formulata con plastica violenza dall’ex governatore della Banca centrale tedesca, la Bundesbank, Hans Tietmeyer, quando nel 1998 lodava i Governi nazionali che privilegiano “il plebiscito permanente dei mercati globali” rispetto al “plebiscito delle urne” […]
La nuova ortodossia non chiede quindi meno stato, anzi magari costruisce piu’ stato, solo con obiettivi radicalmente diversi e con una struttura rivoluzionata. In un triplo senso:
1) L’obiettivo dello stato e’ favorire il mercato (mentre un tempo scopo dei mercanti era rendere grande l’impero). La performance dello stato viene misurata dal voto che (novello scolaretto) riceve dalle agenzie di rating (nuovi severi docenti). Il suo successo viene sancito dalle triple AAA che ottiene, e quindi dal credito di cui godra’, mentre il suo fallimento e’ ufficializzato dal suo “downgrading”.
2) La funzione dello stato e’ di estendere a tutti i settori della societa’, istruzione, sanita’, ricerca scientifica, il modello d’impresa e di contabilita’ aziendale. Il sistema dei crediti all’universita’ ne e’ un esempio lampante. Gli atenei diventano“istituti di credito”: gli studenti hanno un “conto in banca” accademico che viene arricchito dai crediti che conseguono, ogni credito corrispondente a un tot numero (in Italia 25) di ore di studio, di lezione, di esercitazione, ogni esame corrispondendo a un tot numero di crediti che va a rimpolpare il “conto in banca”, fino a che il livello del conto “paga” il titolo finale di studio, laurea, master ecc.
Qui l’evento chiave e’ aver introdotto un concetto finanziario, il “credito”, nel linguaggio universitario […]
Il linguaggio non e’ mai secondario: e’ attraverso il linguaggio che s’impongono le narrative e dietro diesse le ideologie […]
In Italia le sedi territoriali del Servizio sanitario nazionale un tempo si chiamavano Unita’ sanitarie locali (Usl). Poi con un decreto il loro nome e’ stato cambiato in Aziende sanitarie locali (Asl). Dalla U alla A sembra un passaggio da niente, ma in realta’ dietro c’e’ tutta una conversione ideologica.
Una volta in Italia chi saliva su un treno era un “viaggiatore”, chi si ricoverava in un ospedale era un “paziente”. Ora sia sul treno che in ospedale siamo tutti “clienti” […]
3) Il terzo e decisivo stravolgimento dell’idea di stato e’ che ora l’ente pubblico per eccellenza deve funzionare come una ditta privata: lo stato (proprio come ogni individuo proprietario di se stesso) deve comportarsi al pari di un’impresa, massimizzare il proprio valore presente, e accrescere quello futuro, attrarre investitori.

Info:
http://www.spazioterzomondo.com/2020/11/recensione-marco-deramo-dominio/
https://www.internazionale.it/opinione/giuliano-milani/2020/11/10/marco-d-eramo-dominio
https://sbilanciamoci.info/i-meccanismi-del-dominio/
https://www.sinistrainrete.info/societa/17891-marco-d-eramo-la-bolla-dell-overtourism-si-e-sgonfiata-ma-tornera-presto-a-crescere.html

Stato/Marsili

Lorenzo Marsili, Yanis Varoufakis – Il terzo Spazio. Oltre establishment e populismo – Laterza (2017)

Secondo l’OCSE, dagli anni Ottanta la diseguaglianza economica e’ cresciuta del 33% in Italia (il dato piu’ alto fra i paesi OCSE).
Al punto che nel 2016 i sette paperoni nazionali hanno una ricchezza pari ai 20 milioni piu’ poveri, il famigerato 1% detiene il 25% del reddito nazionale e il 20% delle persone piu’ ricche possiede piu’ di quanto detenuto dal 67% della popolazione […]
Il problema e’, senz’altro, globale. Alcune delle misure necessarie – come la chiusura dei paradisi fiscali, dato che il 50% delle aziende italiane quotate in borsa ha una presenza in un paradiso offshore – possono essere portate avanti principalmente a livello europeo. Ma molte altre possono e devono essere messe in campo a livello nazionale. Non e’ un intervento divino che ha reso l’Italia il paese piu’ iniquo fra le democrazie dell’Europa occidentale, con la piu’ grande forbice di ricchezza fra chi ha troppo e chi troppo poco. Ma chiare scelte politiche: la detassazione delle grandi eredità – laddove, come ha dimostrato Piketty, i grandi patrimoni si trasferiscono non per merito ma per eredita’; la detassazione della prima casa anche per i piu’ abbienti; un sistema fiscale iniquo che schiaccia lavoratori, autonomi e partite IVA ma che abbassa la tassazione sui profitti d’impresa e inventa condoni fiscali sempre piu’ improbabili; e poi l’assenza di una vera tassazione patrimoniale, di natura fortemente progressiva e non punitiva, capace di mettere in circolazione la ricchezza accumulata nelle mani di pochissimi e tenuta ferma a moltiplicarsi attraverso investimenti finanziari improduttivi […]
Oltre all’economia la grande ricchezza puo’ bloccare la democrazia. Lungi dall’essere solo un problema economico e sociale, questo e’ infatti un problema politico di primo piano. Chi accumula una posizione economica dominante acquisisce di fatto anche un potere decisionale che mina alla radice l’autonomia dei singoli cittadini, permettendo quelle forme di cattura della democrazia nazionale da parte delle grandi oligarchie di potere che sequestrano la sovranita’ popolare e snaturano il senso stesso della rappresentanza politica.

Info:
https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858128282
https://www.sns.it/it/evento/terzo-spazio
https://www.estetica-mente.com/recensioni/libri/lorenzo-marsili-yanis-varoufakis-terzo-spazio-oltre-establishment-populismo/73210/
http://www.mangialibri.com/libri/il-terzo-spazio