Europa/Tocci

La grande incertezza. Navigare le contraddizioni del disordine globale – Nathalie Tocci – Mondadori (2024)


Ci sono poi motivi specifici per il disprezzo dell’integrazione europea.
Effettivamente la Ue e’ un costrutto intrinsecamente liberale. Nonostante il progetto europeo nascesse negli anni Cinquanta, l’Europa che conosciamo e’ quella dagli anni Ottanta in poi, ossia l’Europa del mercato unico, dell’euro e di Schengen, un periodo storico caratterizzato, come abbiamo visto, da un neoliberismo spinto.
E’ un’Europa che ha creato la moneta unica ma stenta a compiere il passo successivo verso un’unione fiscale, un’Europa in cui ha regnato il dio della concorrenza interna, ma che per decenni non si e’ occupata con la stessa alacrita’ e dedizione della crescente competizione internazionale, a partire da quella cinese.
E’ un Europa in cui sono state aperte le frontiere interne prima di sciogliere i nodi riguardo alla gestione di quella esterna. Quindi, quando si abbatterono sull’Europa la crisi finanziaria e la recessione, non solo l’Unione non era attrezzata per affrontarle, ma le sue istituzioni e molti dei suoi Stati membri, i cosiddetti «frugali», percorsero la via opposta a quella intrapresa da Washington con Barack Obama.
Mentre gli Usa perseguirono immediatamente e aggressivamente una politica monetaria anticiclica, gli europei lo fecero solo molto dopo, ossia con l’arrivo di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea nel 2011. Dal punto di vista fiscale, Washington fu meno espansiva, iniettando solo circa 1 miliardo nell’economia statunitense nel 2009, ma gli Stati dell’eurozona fecero addirittura il contrario, perseguendo l’austerita’.
Non a caso, negli Stati Uniti la crisi passo’ a partire dal 2009, mentre in Europa si trascino’ per anni. La Bce non poteva stampare moneta facilmente come faceva la Federal Reserve (il cui dollaro e’ la principale valuta globale) e l’Unione europea non disponeva di una capacita’ fiscale per introdurre misure anticicliche nell’economia europea. Inoltre, l’ideologia ordoliberale era diffusa in Europa.
Affrontare la crisi diversamente richiedeva un cambio di paradigma che gli europei non riuscirono a compiere per tempo. Alla fine si fece il minimo sindacale per evitare il crollo dell’euro, avviando i primi passi verso un’unione bancaria, e quando Draghi da governatore della Bce dichiaro’ che avrebbe fatto «whatever it takes» per salvare l’euro, i mercati si calmarono.
La casa comune europea rimase in piedi, ma ne usci’ devastata economicamente, socialmente e, appunto, politicamente.
Di conseguenza, l’euroscetticismo negli anni della crisi dell’eurozona schizzo’ alle stelle.

Info:
https://formiche.net/2024/10/grande-incertezza-libro-nathalie-tocci/#content

 

Europa/Piketty

Thomas Piketty – Capitale e ideologia. Ogni comunita’ ha bisogno di giustificare le proprie disuguaglianze – La Nave di Teseo (2020)

Nonostante i suoi successi, in questo inizio di XXI secolo la costruzione europea accusa numerosi limiti che potrebbero provocare un rigetto popolare generalizzato, come dimostra il referendum sulla Brexit del 2016.
Nel corso degli ultimi decenni, e’ andato affermandosi il sentimento diffuso secondo il quale “l’Europa” (parola che e’ arrivata a designare l’istituzione europea con sede a Bruxelles) agirebbe a scapito delle classi popolari e medie, operando soprattutto a vantaggio dei ceti privilegiati e delle grandi imprese. Questo “euro- scetticismo” si e’ nutrito anche dell’avversione ai nuovi fenomeni migratori, nonche’ di un generale senso di declassamento […]
Resta pur sempre il fatto che i governi europei non sono stati in grado di far fronte all’aumento delle disuguaglianze e al calo della crescita iniziato nel decennio 1980-1990. Questo clamoroso fallimento si spiega, da un lato, con il fatto che l’Europa si sia fondata quasi esclusivamente su un modello di sviluppo basato sulla concorrenza tra i territori e tra le persone, a tutto vantaggio dei gruppi dotati di maggiore mobilita’ (o percepiti come tali); dall’altro, con l’incapacita’ degli Stati
membri di adottare la benche’ minima forma di tassazione o di politica sociale comune. Incapacita’ a sua volta derivante dall’aver scelto il principio dell’unanimita’ per ogni decisione in materia fiscale […]
La regola dell’unanimita’ e la concorrenza fiscale tra gli Stati europei hanno portato a una dinamica di dumping fiscale accelerato nel periodo 1990-2020, specie per quanto riguarda la tassazione sugli utili delle societa’. L’aliquota relativa, che negli anni ottanta del secolo scorso era intorno al 45-50% nella maggior parte dei paesi europei, e’ andata via via riducendosi fino a toccare, nel 2018, un tasso medio di appena il 22%.
Tutto questo in uno scenario in cui il tasso globale dei prelievi obbligatori e’ rimasto stabile; inoltre, non vi e’ alcuna garanzia che la riduzione tendenziale della tassazione sui profitti delle imprese sia giunta al termine (le aliquote potrebbero scendere fino allo 0%, o assumere addirittura la forma opposta, quella di sovvenzioni finalizzate ad attrarre investimenti, come del resto e’ gia’ avvenuto in diverse occasioni).

Info:
https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2020/06/24/thomas-piketty-capitale-ideologia
https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/capitale-e-ideologia-intervista-a-thomas-piketty/
https://www.ilmessaggero.it/libri/capitale_e_ideologia_il_nuovo_saggio_di_piketty_star_dell_economia_pop-5299153.html
http://temi.repubblica.it/micromega-online/piketty-il-capitalismo-non-e-piu-in-grado-di-giustificare-le-sue-disuguaglianze/
https://www.huffingtonpost.it/2018/09/08/lincubo-social-nativista-italiano-potrebbe-molto-rapidamente-riguardarci-da-vicino-piketty-avverte-le-democrazie-europee_a_23520935/