Lavoro/Lind

Michael Lind – La nuova lotta di classe. Elite dominanti, popolo dominato e il futuro della democrazia – Luiss (2021)

Da una ricerca risulta che in sedici democrazie occidentali la produttivita’ del lavoro e’ cresciuta di gran lunga piu’ rapidamente rispetto ai salari medi reali e ai fringe benefit, ma la maggior parte dell’aumento delle entrate e’ andata a vantaggio di proprietari e azionisti.
Un altro studio realizzato in tredici Paesi capitalisti avanzati ha riscontrato che l’aumento dei salari reali, che negli anni Settanta era stato del 4 per cento, tra il 1980 e il 2005 e’ stato inferiore all’1 per cento, mentre la quota salariale del reddito scendeva dal 78 al 63 per cento, e il resto era salario derivante da guadagni, interessi, dividendi e locazioni.
Le grandi quantita’ di denaro non stanno nel “capitale umano”, ma nel semplice capitale di vecchio stampo.
La new economy, quindi, in verita’ e’ solo una nuova versione della vecchia economia – l’economia capitalista manageriale – e non una leggendaria e immateriale “economia della conoscenza”

Info:
https://open.luiss.it/2021/05/20/un-nuovo-compromesso-sociale-salvera-la-democrazia/
https://legrandcontinent.eu/it/2021/04/04/competenti-contro-deplorevoli-la-nuova-lotta-di-classe/
https://www.rivistailmulino.it/a/la-nuova-lotta-di-classe
https://www.centromachiavelli.com/2020/04/06/scalea-lind-guerra-di-classe/
https://www.ilfoglio.it/un-foglio-internazionale/2020/03/16/news/i-cittadini-dimenticati-contro-le-elite-metropolitane-la-nuova-lotta-di-classe-306549/

Lavoro/Kurz

Robert Kurz – Il capitale mondo. Globalizzazione e limiti interni del moderno sistema produttore di merce – Meltemi (2022)

In una di quelle singolari inversioni generate dalla moderna societa’ della merce nel suo sviluppo sempre piu’ avanzato, con la sua scissione in polarita’ contrapposte e la sua lacerazione interna, lo Stato e l’economia aziendale, per certi versi, si scambiano i ruoli: le imprese che operano su di un livello immediatamente globale si atteggiano nei confronti dello Stato come se fossero un’istanza sovraordinata, universale, “sovrana”; di converso lo Stato si comporta, entro certi limiti, come un’impresa soggetta alla concorrenza, costretta ad attirare verso di se’ il capitale come se fosse una “clientela”, a ridurre nella maniera piu’ radicale possibile i suoi costi, a farsi pubblicita’ etc. […]
La cosiddetta “politica dell’attrattivita’ economica” (Standortpolitik) e’ proprio l’esatto contrario della competizione politico-militare del passato tra gli Stati per aggiudicarsi i territori e le economie aziendali in essi incluse, cosi’ da incorporarli nella propria “sovranita’”. Ora invece gli Stati competono per l’approvazione delle economie aziendali e per convincerle a venire da loro.
Il declino della politica e’ anche un declino della politica estera classica borghese: gli Stati non si fronteggiano piu’, in primo luogo, come entita’ sovrane, che intrattengono relazioni diplomatiche o si contrappongono sul piano politico-militare in nome delle loro ambizioni territoriali etc., ma come concorrenti economici sul “mercato degli Stati” (un fenomeno paragonabile sotto certi aspetti alla concorrenza dei salariati sul “mercato del lavoro”) […]
Nella misura in cui gli Stati sono costretti a mendicare il favore delle imprese e degli “investitori” transnazionali su di una specie di “mercato degli Stati”, nel contesto di una concorrenza addirittura grottesca per “garantire le migliori condizioni economiche”, la medesima logica si riproduce anche al livello delle regioni interne, delle citta’ e dei comuni. A tutti i livelli l’amministrazione, vincolata alla politica territoriale, assume la posa di chi si concede al migliore offerente tra i potenziali investitori. Tutte le strutture di controllo pubblico, fino al microlivello, si convertono in “aziende” territoriali con una propria offerta, che magnificano a gran voce i loro pregi, come fanno i pescivendoli con la loro merce avariata o i rigattieri con le loro carabattole di seconda mano. E tutte le regioni e i comuni si affidano come clienti agli specialisti del marketing e ai consulenti aziendali come un tempo erano solite fare solo le imprese di mercato.

Info:
https://sinistrainrete.info/marxismo/22910-massimo-maggini-introduzione-a-il-capitale-mondo.html
https://anatradivaucanson.it/introduzioni/introduzione-a-il-capitale-mondo
https://www.ambienteweb.org/2022/05/21/sinistrainrete-joe-galaxy-il-capitale-mondo-sguardo-su-globalizzazione-complottismi-e-dintorni/
https://ilmanifesto.it/se-la-critica-di-valore-e-denaro-conta-piu-della-lotta-di-classe

 

Economia di mercato/Boitani

Andrea Boitani – L’illusione liberista. Critica dell’ideologia di mercato – Laterza (2021)

A riprova di quanto la rivoluzione liberista fosse penetrata nell’economia e nella politica della great moderation, basta ricordare che fu il democratico Bill Clinton a demolire gli ultimi baluardi regolatori, proprio sul finire del suo secondo mandato presidenziale.
Nel 1999 accetto’ di promulgare la nuova legge bancaria, con l’abolizione (voluta dal Congresso a maggioranza repubblicana) del Glass Steagall Act, risalente al 1933. Legge che aveva obbligato la separazione tra banche commerciali (quelle che raccolgono depositi a breve termine dei risparmiatori e fanno prestiti a medio-lungo termine a imprese e famiglie, cioe’ alla cosiddetta “economia reale”) e banche d’investimento, che operano attivamente sui mercati dei capitali, con qualche venatura speculativa e un profilo di rischio assai piu’ marcato. Nel dicembre 2000, un mese prima di lasciare la Casa Bianca, Clinton firmo’ il Commodity Futures Modernization Act, col quale venne deregolamentato il mercato dei derivati.
Con il che questi strumenti contrattuali, nati per coprirsi dal rischio insito in ogni operazione finanziaria, divennero il campo aperto della speculazione e un moltiplicatore del debito.
Nel 2019 il mercato mondiale dei derivati valeva circa 500 mila miliardi di dollari. Per avere un’idea delle dimensioni, basta ricordare che il Pil del mondo intero, nello stesso anno, era stimato in circa 88 mila miliardi di dollari. Una potenziale bomba finanziaria, specie se il mercato e’ molto deregolamentato e quindi comportamenti speculativi spregiudicati sono ammessi o, quantomeno, non contrastati

Info:
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21400-andrea-boitani-l-illusione-liberista.html
https://www.lavoce.info/archives/91181/l-illusione-liberista/
https://www.eticaeconomia.it/lillusione-liberista/

Populismo/Lind

Michael Lind – La nuova lotta di classe. Elite dominanti, popolo dominato e il futuro della democrazia – Luiss (2021)

Inteso come fenomeno politico, quindi, il populismo in Occidente non e’ nulla di nuovo.
Si tratta di una forma in corso di controrivoluzione dal basso in opposizione alla rivoluzione neoliberista tecnocratica dall’alto, imposta dalle elite manageriali occidentali negli ultimi cinquant’anni.
In ogni fase, movimenti populisti di tipo diverso hanno opposto resistenza al neoliberismo tecnocratico. A causa della loro mancanza di ricchezza, potere e influenza culturale, i populisti hanno perso ripetutamente, facendosi di volta in volta piu’ avviliti e rancorosi […]
In politica, i populisti odierni propugnano la democrazia maggioritaria contro le decisioni prese da istituzioni formate da figure tecniche non elette, alle quali e’ stata conferita grande autorita’ durante la recente rivoluzione neoliberista.
In Europa, cio’ equivale a dire “euroscetticismo” e “sovranismo”, ossia la difesa della sovranita’ dello stato-nazione e della legislatura nazionale democratica contro il potere delle burocrazie transnazionali dell’Unione europea […]
In economia, i leader populisti di oggi hanno la tendenza a essere nazionalisti economici, a contrastare cioe’ le politiche di arbitraggio globale del lavoro basate su delocalizzazione e immigrazione di massa, che le istituzioni della superclasse affermano essere sia inevitabili sia vantaggiose.
I sostenitori dei populisti includono molti lavoratori dei distretti manifatturieri fortemente colpiti dalla concorrenza estera, che include il “social dumping” sovvenzionato della Cina, e altri che considerano gli immigrati come concorrenti per i posti di lavoro, i servizi pubblici o lo status sociale.
In ambito culturale, i politici populisti violano di proposito l’elaborata etichetta delle grandi aziende della superclasse e delle universita’, usando termini vigorosi e belligeranti. Scimmiottano il politically correct, quell’idioma artificiale messo a punto dagli attivisti di sinistra e diffuso dai burocrati delle universita’ e delle grandi aziende, che funge da elemento di distinzione tra coloro che hanno un’istruzione universitaria e la maggioranza del popolino, di livello inferiore.
La peggior versione del maggioritarismo dei populisti occidentali sfuma in quella che il sociologo Pierre van den Bergh chiama “la democrazia dell’Herrenvolk”, ossia della classe dominante, che identifica la “nazione” o il “popolo” con la comunita’ razziale o religiosa numericamente prevalente in un dato stato-nazione […]
I populisti sono più bravi a fare campagna elettorale che a governare, come ha scoperto il presidente eletto Trump quando si è imbattuto nella difficoltà di riempire i ranghi della sua Amministrazione con tecnici competenti, disposti a prestare servizio al comando di un politico disprezzato da molti esperti e funzionari. I demagoghi sono bravi a incanalare le insoddisfazioni popolari, ma pessimi a reindirizzarle. I movimenti populisti che deridono la competenza e la burocrazia, tendono per natura ad avere pochi esperti dalla loro parte pronti a formulare le politiche e guidare le agenzie. Il vuoto di talento e di competenza spesso e’ riempito da amici intimi o parenti del demagogo populista.
Info:

Stato/Collier

Paul Collier – Il futuro del capitalismo. Fronteggiare le proprie ansie – Laterza (2020)

Le nuove ansie hanno le loro radici nel divario economico.
Si sta aprendo una spaccatura sempre piu’ ampia fra le metropoli in pieno sviluppo e le citta’ di provincia in declino; c’e’ un divario di classe sempre piu’ ampio fra chi ha un impiego prestigioso e soddisfacente e chi ha un lavoro privo di prospettive o non ne ha nessuno.
E’ il capitalismo ad aver generato queste nuove ansie, come avvenne all’epoca della Grande Depressione degli anni Trenta.
Per ricomporre le fratture sociali create dai cambiamenti strutturali abbiamo bisogno degli Stati. Ma come negli anni Trenta, gli Stati, e le societa’ che essi riflettono, hanno tardato a riconoscere il loro dovere etico di affrontare questi nuovi problemi, e invece di stroncarli sul nascere hanno consentito che assumessero le dimensioni di una crisi.
Dal punto di vista etico gli Stati non possono essere migliori dei loro popoli, ma possono rafforzare le obbligazioni reciproche, e convincerci gradualmente ad adottarne di nuove. Se pero’ uno Stato tenta d’imporre un complesso di valori diversi da quelli dei suoi cittadini, perde fiducia, e la sua autorita’ s’indebolisce.

Info:
https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858131060
https://www.pandorarivista.it/articoli/il-futuro-del-capitalismo-di-paul-collier/
https://www.anobii.com/it/books/il-futuro-del-capitalismo/9788858131060/015fc8fc1b8b48e476/reviews

Finanziarizzazione/Patel

Raj Patel, Jason W. Moore – Una storia del mondo a buon mercato. Guida radicale agli inganni del capitalismo – Feltrinelli (2018)

Ci sono due movimenti che rendono attraente e persino utile per il capitalismo la finanziarizzazione una volta che la torta economica mondiale smette di crescere.
Il primo e’ la tendenza delle potenze dominanti a scendere in guerra o come minimo rafforzare l’arsenale bellico. E’ quanto e’ successo dopo la stagnazione economica degli anni settanta del secolo scorso, allorche’ gli Stati Uniti hanno avviato il piu’ poderoso riarmo militare in tempo di pace. Come vedremo, e’ raro che gli stati moderni autofinanzino le proprie guerre. Devono farsi prestare quattrini come chiunque altro.
L’altro fenomeno che pompa la finanziarizzazione e’ che il capitale inizia a defluire dalle parti centrali del sistema verso le frontiere. A fine Ottocento, per esempio, gigantesche somme di capitale britannico uscirono sotto forma di prestiti da Londra verso il resto del mondo, in particolare per costruire le strade ferrate, che a loro volta furono cruciali per la straordinaria economicita’ del cibo e delle materie prime nel secolo successivo.
Storicamente la scommessa sul futuro della finanziarizzazione ha funzionato finche’ ci sono state ricche frontiere in cui gli umani e le altre nature potessero essere messi al lavoro, o estratti, per poco o nulla. Quando il lungo boom reso in parte possibile dalla rete ferroviaria globale s’e’ sgonfiato negli anni settanta del Novecento, e’ cominciata una nuova epoca della finanziarizzazione. E anche se l’era neoliberista e’ nata da una crisi di denaro costoso (il “Volker Shock” del 1979, allorché i tassi d’interesse schizzarono sino al 20 per cento nel tentativo di controllare l’inflazione), e’ poi seguita una lunga era di denaro cheap. Come spiega Anwar Shaikh, il “boom” neoliberista iniziato negli anni ottanta, per quel che valeva, fu “spronato da un brusco crollo dei tassi d’interesse… Il calo dei tassi lubrifico’ anche la diffusione dei capitali nel pianeta, promosse un enorme aumento nel debito dei consumatori e servi’ a gonfiare le bolle internazionali nella finanza e nell’immobiliare”

Info:
https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/una-storia-del-mondo-a-buon-mercato/
https://www.perunaltracitta.org/2019/04/15/una-storia-del-mondo-a-buon-mercato/?print=pdf
https://www.unilibro.it/libro/patel-raj-moore-jason-w-/storia-mondo-buon-mercato-guida-radicale-inganni-capitalismo/9788807173417

Stato/Krugman

Paul Krugman – Discutere con gli zombie. Le idee economiche mai morte che uccidono la buona politica – Garzanti (2020)

«Le persone devono tirare la cinghia, percio’ anche lo stato dovrebbe tirare la sua». Ma dipende dal fatto che il mondo non e’ cosi’ semplice, e alcune frasi sembrano giuste e invece sono sbagliate. […]
Cosi’, procedendo con ordine: 1) L’economia non e’ come una famiglia che guadagna una certa somma e ne spende un’altra, senza che ci sia un rapporto tra le due. La mia spesa e’ il tuo reddito e la tua spesa e’ il mio reddito. Se entrambi tagliamo le spese, ambedue i nostri redditi diminuiscono. 2) Ora siamo in una situazione in cui molte persone hanno tagliato le spese, o per scelta o costrette dai creditori, mentre sono relativamente pochi gli individui disposti a spendere di piu’. Ne derivano redditi depressi e un’economia depressa, con milioni di lavoratori volonterosi che non riescono a trovare lavoro. 3) Le cose non vanno sempre cosi’ ma, quando succede, lo stato non e’ in competizione con il settore privato. Gli acquisti statali non usano risorse che altrimenti produrrebbero beni privati, bensi’ usano le risorse inutilizzate. I prestiti statali non escludono quelli privati, bensi’ impiegano i fondi inerti. Di conseguenza, questo e’ un momento in cui lo stato dovrebbe spendere di piu’, non di meno. Se ignoriamo questa intuizione e invece tagliamo la spesa statale, l’economia si contrarra’ e la disoccupazione aumentera’. In realta’, si contrarra’ anche la spesa privata, a causa della diminuzione dei redditi. 4) Le politiche di austerita’ hanno fortemente aggravato le recessioni economiche quasi ovunque siano state adottate. 5) Si’, a lungo andare lo stato dovra’ pagare i conti. Ma i tagli alla spesa e/o gli aumenti delle tasse dovrebbero aspettare che l’economia non sia piu’ depressa e che il settore privato sia disposto a spendere abbastanza per raggiungere la piena occupazione.
E’ cosi’ complicato da essere impossibile?

 

Green New Deal/Danovaro

Roberto Danovaro, Mauro Gallegati – Condominio Terra. Natura, economia, societa’, come se futuro e benessere contassero davvero – Giunti (2019)

Ecologia ed economia usano lo stesso prefisso, eco, dal greco οἶκος: casa. La conoscenza relativa a come funziona (logos: λόγος) e le regole di gestione (nomos: νόμoς) della casa dovrebbero essere due facce della stessa medaglia.
Occorre conoscere la propria casa per poi saperla gestire nel modo migliore.
In realta’, nel tempo, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale, questi concetti si sono sempre piu’ allontanati l’uno dall’altro e l’economia e’ diventata «crematistica» (le cose che si posseggono, cioe’ accumulazione di merci e denaro fine a se stessa), in contrapposizione con i principi dell’ecologia che e’ «riciclista» (ovvero ricicla e rinnova continuamente i suoi beni, la sua biomassa).
La crescita dell’utilizzo delle risorse naturali, a partire soprattutto dalla seconda meta’ dell’Ottocento, ha raggiunto tassi elevatissimi che non si sono mai arrestati nel corso della storia fino a oggi. Possiamo dire che l’economia e’ cresciuta fortemente grazie alla tecnologia unita al saccheggio della natura

Info:
https://sbilanciamoci.info/condominio-terra/

Geoeconomia/Harvey

David Haevey – Cronache anticapitaliste. Guida alla lotta di classe per il XXI secolo – Feltrinelli (2021)

Quello pero’ che ha davvero caratterizzato il periodo della globalizzazione, dagli anni ottanta in poi, e’ stata la possibilita’ di assistere a un livellamento del saggio di profitto, il che significa che in questo periodo e’ piu’ facile vedere un maggiore trasferimento di valore dalle economie ad alta intensita’ di lavoro a quelle ad alta intensita’ di capitale.
In altre parole, la distinzione fra economie ad alta intensita’ di lavoro e ad alta intensita’ di capitale e’ passata in primo piano. Percio’ ora e’ diventata un punto focale di lotta, una lotta feroce per cercare di impedire che certe aree del mondo diventino ad alta intensita’ di capitale.
E’ quello che stanno cercando di fare gli Stati Uniti proprio in questo momento nei confronti della Cina.
Perche’ gli Stati Uniti sono cosi’ irritati dal fatto che Pechino voglia diventare un’economia ad alta intensita’ di capitale entro il 2025?
Perche’ sono cosi’ irritati per i trasferimenti tecnologici verso la Cina?
E perche’ quindi c’e’ questa grande lotta sui diritti di proprieta’ intellettuale, che e’ la controversia che ha creato i maggiori problemi nei negoziati fra Trump e i cinesi?

Info:
https://www.idiavoli.com/it/article/cronache-anticapitaliste https://www.kulturjam.it/editoria-narrazioni/david-harvey-cronache-anticapitaliste/
https://www.marxist.com/david-harvey-contro-la-rivoluzione-la-bancarotta-del-marxismo-accademico.htm
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21563-guido-maria-brera-cronache-anticapitaliste.html
https://www.doppiozero.com/materiali/david-harvey-laccumulazione-come-spoliazione

Societa’/ Balibar

Etienne Balibar – Al cuore della crisi – Castelvecchi (2020)

Alcuni pensano che la crisi sanitaria con le sue conseguenze costituisca un pericolo mortale per questo «stadio supremo del capitalismo» rappresentato dal neoliberalismo, altri sostengono esattamente il contrario […]
Il dibattito sfocia contemporaneamente su due punti: l’articolazione degli aspetti economici e non economici della crisi e gli effetti che provochera’ sulla stabilita’ del regime neoliberale (dunque, eventualmente, del capitalismo stesso).
Per queste domande non esistono risposte pronte.
Ma per proseguire il dibattito vorrei proporre tre ordini di considerazioni.
La prima questione che anima la discussione e’ quella delle conseguenze dell’aumento dei debiti pubblici (o dei debiti privati garantiti dallo Stato o messi in comune dagli Stati, come comincia ad affrontarli l’Unione Europea, e che si sono trasformati in debito pubblico a lungo termine) sottoscritti per ritardare la crisi […]
La seconda questione – opposta alla prima, che prefigura una destabilizzazione dal basso mentre l’inversione dei rapporti di denaro apre la possibilita’ di una destabilizzazione dall’alto – consiste nelle conseguenze di una pauperizzazione massiccia, o del crollo di un gran numero d’individui e di gruppi sociali (famiglie, vicinati, professioni, generazioni…) al di sotto della soglia di sussistenza autonoma, dunque all’interno della categoria dell’esclusione e dell’assistenza (ivi compresa l’assistenza familiare, da cui dipendono già a tutt’oggi molti giovani diplomati e non, cosa che non fa altro che rimandare e aggravare il problema). Si tratta, in altri termini, di sapere se il regime di precarieta’ cambiera’ progressivamente, oltrepassando con la crisi una soglia, non solo laddove e’ gia’ endemico, ma nelle stesse zone di «prosperita’» […]
Ultimo punto, bisognera’ discutere del modo in cui si articolano la crisi «sanitaria», la crisi «economica» e la crisi «morale» (o etica). I ritmi non sono uguali, e non tutto il mondo e’ intaccato da ciascuna di esse al medesimo grado, a seconda del luogo in cui ci si trova

Info:
https://www.ibs.it/al-cuore-della-crisi-ebook-etienne-balibar/e/9788832903683
http://www.castelvecchieditore.com/autori/etienne-balibar/