Europa/Balibar

Etienne Balibar – Crisi e fine dell’Europa? – Bollati Boringhieri (2016)

In sostanza la tesi di Habermas e’ che la crisi dell’euro non abbia niente a che vedere con le «colpe» degli Stati «prodighi» che faticano ad allinearsi con gli Stati «parsimoniosi» (in tedesco Schuld vuol dire sia «colpa» sia «debito»), ma e’ dovuta all’incapacita’ degli Stati nazionali, messi in concorrenza tra di loro dagli speculatori, di neutralizzare il gioco dei mercati e di fare il necessario per una regolamentazione mondiale della finanza.
Di conseguenza, non si uscira’ dalla crisi se l’Europa non si decide a «fare il passo» verso un’integrazione politica, che le permetterebbe al tempo stesso di difendere la moneta e di attuare le politiche sociali e di riduzione delle diseguaglianze che giustificano la sua stessa esistenza.
Il luogo naturale di questa evoluzione e’ il «nocciolo duro del- l’Europa»(Kerneuropa), cioe’ l’eurozona allargata agli Stati che dovrebbero aderirvi prossimamente (in particolare la Polonia).
Ma la conditio sine qua non di questa evoluzione e’ una democratizzazione reale delle istituzioni europee: con il che Habermas intende essenzialmente la creazione di una rappresentanza parlamentare delle popolazioni che sia effettiva (con un sistema a due gradi, che Habermas distingue dal federalismo alla tedesca), dotata di poteri di controllo politico a livello europeo, in particolare sul volume e l’utilizzo delle tasse che sosterrebbero la moneta comune, secondo il principio degli insorti americani del 1776: no taxation without representation. […]
Quantomeno Habermas avrebbe dovuto sviluppare la proposta […] di una imposizione fiscale comune e del controllo del suo utilizzo.
In effetti, in Europa come altrove, non ci sara’ uscita dalla crisi senza una rivoluzione fiscale, che significhi non solo il prelievo di tasse europee e il controllo della loro equa ripartizione, ma anche il loro utilizzo per una politica di ripristino dell’occupazione devastata dalla crisi, di riconversione delle attivita’ produttive e di salvaguardia del territorio europeo.

Info:
https://www.lindiceonline.com/osservatorio/economia-e-politica/balibar-crisi-europa-ordoliberale/
https://www.illibraio.it/libri/etienne-balibar-crisi-e-fine-delleuropa-9788833928449/
https://left.it/2019/04/13/balibar-leuropa-va-rifondata-aprendo-i-confini/

Geoeconomia/Khanna

Parag Khanna – Connectography Le mappe del futuro ordine mondiale – Fazi (2016)

La parola “globalizzazione” e’ entrata nell’uso solo alla fine degli anni Ottanta – poco prima della conclusione della guerra fredda.
Nonostante la radicale espansione della connettivita’ mondiale a partire da quel periodo, essa e’ stata poi dichiarata morta per tre volte nell’ultimo decennio o giu’ di li’.
La prima volta con gli attacchi terroristici dell’Undici Settembre 2001 a New York e Washington. Allora fu dichiarato che l’erosione della fiducia tra l’Occidente e il mondo arabo, l’aumento delle misure di sicurezza ai confini e il disordine geopolitico delle guerre in Iraq e Afghanistan avrebbero ridotto l’economia globale allo stallo.
La seconda volta con il collasso dei negoziati di Doha dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization–WTO) nel 2006, quando si sostenne che, in assenza di accordi su un quadro globale di regole, il commercio mondiale avrebbe rallentato, o si sarebbe richiuso e contratto. Piu’ recentemente, infine, con la crisi finanziaria del
2007-2008, il calo delle esportazioni, la diminuzione dei prestiti internazionali e l’attacco al modello anglosassone di capitalismo sono stati citati come prova di una “deglobalizzazione”.
Una quarta via dell’idea della “fine della globalizzazione” e’ attualmente in fase embrionale a causa dell’alzarsi dei tassi d’interesse americani, del rallentamento della crescita cinese e del nearshoring (la delocalizzazione in prossimita’ dei confini di un paese) e dell’automazione della produzione permesse dall’energia a basso costo e dalle avanzate tecnologie di manifattura.

Info:
https://.pandorarivista.it/articoli/connectography-parag-khanna-connettivita/
https://www.anobii.com/books/Connectography/9788893250566/011e9f0a9e3362e2e0
https://www.intrattenimento.eu/recensioni/connectography-recensione-parag-khanna/

 

 

Europa/Zielonka

Jan Zielonka – Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale – Laterza (2018)

I liberali hanno abbracciato forse con troppo entusiasmo la globalizzazione e l’integrazione europea, con profonde ripercussioni sulla politica democratica degli Stati-nazione.
La cosa piu’ importante e’ che i mercati sono attualmente perlopiu’ sottratti a ogni controllo democratico. Al contempo, impongono proprie restrizioni alle democrazie.
Se non c’e’ modo di monitorare il movimento dei capitali attraverso le frontiere, e ancor piu’ di frenarlo e tassarlo, la democrazia rimane praticamente senza potere.
Se la spesa pubblica non puo’ essere sostenuta anche con misure opportunistiche come l’inflazione e il debito pubblico, la maggior parte degli impegni elettorali e’ vuota per definizione.
[…] Per essere efficiente, la democrazia deve avere i mezzi per poter influenzare, se non controllare, i mercati transnazionali. E ha anche bisogno di operare in uno spazio corrispondente alla scala dei mercati. In altre parole, dovrebbe esserci un’autorità pubblica transnazionale capace di regolamentare i mercati transnazionali. Su questo appunto verteva l’integrazione europea, o sbaglio? […]
Si pensava che l’Unione europea aiutasse gli europei a fronteggiare le pressioni transnazionali. Si auspicava che, con l’allargamento territoriale e l’imposizione istituzionale di un sistema di governance, l’Unione europea facesse nascere dei cittadini europei. Purtroppo questo, a quanto pare, non e’ accaduto. L’Unione europea si e’ dimostrata piu’ capace di rispondere alle esigenze degli uomini d’affari e delle lobby che a quelle dei cittadini comuni.
Si e’ rivelata il «cavallo di Troia» che ha rafforzato il continuo predominio dei mercati sulla democrazia.

Info:
https://ilmiolibro.kataweb.it/recensione/catalogo/440518/chi-ha-lasciato-senza-difese-la-democrazia/
https://www.pandorarivista.it/articoli/contro-rivoluzione-jan-zielonka/3/
https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858129937
http://www.atlanticoquotidiano.it/recensioni/rivoluzione-la-disfatta-delleuropa-liberale-jan-zielonka/

Geoeconomia/Ferguson

Niall Ferguson – Occidente: ascesa e crisi di una cifilta’ – Mondadori (2014)

C’è qualcosa che, per il drago cinese, potrebbe andare storto? Circolano almeno quattro diverse ipotesi avanzate da chi si aspetta che prima o poi la Cina inciampi.
La prima e’ che analoghe previsioni di inesorabile ascesa si facevano un tempo anche per il Giappone, che pareva destinato a superare gli Stati Uniti e a diventare la piu’ possente superpotenza economica globale. Quindi, anche la Cina potrebbe andare incontro alla stessa sorte subita dal Giappone dopo il 1989. Proprio perche’ i sistemi economico e politico non sono realmente competitivi, una bolla del mercato immobiliare o di quello azionario potrebbe determinare fallimenti di banche crescita zero e deflazione, precisamente gli stessi problemi che gravano sul Giappone da ormai due decenni. Contro questa ipotesi si puo’ osservare che un piccolo arcipelago al largo delle coste dell’Eurasia ben difficilmente avrebbe potuto reggere il confronto con una potenza continentale come gli Stati Uniti. Era ragionevole supporre, persino un secolo fa, che il Giappone avrebbe raggiunto il Regno Unito (il suo omologo occidentale) – come puntualmente ha fatto –, ma non che avrebbe potuto scavalcare gli Stati Uniti. […]
Una seconda ipotesi e’ che la Cina venga sconquassata da disordini sociali, come e’ accaduto gia’ molto spesso in passato. Dopotutto, la Cina rimane un paese povero, all’ottantaseiesimo posto nella classifica mondiale del reddito pro capite, con 150 milioni di cittadini (quasi uno su dieci) che vivono con l’equivalente di un dollaro e mezzo al giorno, o anche meno.
La disuguaglianza e’ aumentata vertiginosamente dopo l’introduzione delle riforme economiche, tanto che la distribuzione del reddito e’ ora sostanzialmente di tipo americano (anche se non certo brasiliano). Si calcola che lo 0,4 per cento delle famiglie cinesi possieda attualmente circa il 70 per cento della ricchezza complessiva del paese. Se si aggiungono a queste disparita’ economiche cronici problemi di inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, non appare affatto sorprendente che le parti piu’ povere dell’hinterland rurale cinese siano mature per l’esplosione di proteste. Tuttavia, soltanto una fantasia sovreccitata puo’ costruire uno scenario rivoluzionario su queste davvero esili fondamenta. La crescita economica puo’ anche avere reso la Cina una societa’ con piu’ forti disuguaglianze, ma il regime capitalista-comunista gode attualmente di una quasi assoluta legittimita’ agli occhi del suo stesso popolo. In effetti, i dati dei sondaggi indicano che oggi i cinesi sono piu’ attaccati al principio del libero mercato persino degli stessi americani. La vera minaccia sociale per la stabilita’ della Cina e’ di natura demografica. In conseguenza della politica del figlio unico introdotta nel 1979, la Cina, nel 2030,avra’ una popolazione significativamente piu’ anziana di quella della vicina India, che ha quasi lo stesso numero di abitanti. Gli ultrasessantacinquenni costituiranno il 16 per cento del totale, in confronto ad appena il 5 per cento nel 1980. E lo squilibrio nel rapporto numerico tra i due sessi in province come quelle di Anhui, Hainan, Guangdong e Jiangxi sembra gia’ senza pari in qualsiasi societa’ moderna (fra il 30 e il 38 per cento di maschi in piu’ rispetto alle femmine). La prossima rivoluzione cinese, se mai ci sara’, sara’ guidata da scapoli frustrati. Ma la storia dimostra che i giovani senza donne possono abbracciare tanto la rivoluzione quanto il nazionalismo radicale.
Una terza ipotesi prevede che una classe media in ascesa possa, come spesso e’ avvenuto nella storia occidentale, richiedere maggiore voce in capitolo nella vita politica. Un tempo la Cina era una societa’ rurale. Nel 1990 tre cinesi su quattro vivevano in campagna.
Oggi il 45 per cento della popolazione cinese vive in città e nel 2030 la proporzione raggiungera’ il 70 per cento. […]
La quarta e ultima ipotesi e’ che la Cina potrebbe assumere un orientamento cosi’ antagonistico nei confronti dei suoi vicini da convincere questi ultimi a gravitare, come contrappeso, verso una coalizione guidata dagli Stati Uniti, mossi a propria
volta da un’impostazione sempre piu’ realista. Senza dubbio, non c’e’ penuria di malcontento nel resto dell’Asia per il modo in cui oggi la Cina fa sentire tutto il peso della sua forza. I progetti cinesi per una diversione delle risorse idriche dell’altipiano tibetano di Qinghai hanno preoccupanti conseguenze per il Bangladesh, l’India e il Kazakistan. A Hanoi si sta ormai esaurendo la pazienza per la pratica cinese di utilizzare i propri operai nelle miniere vietnamite di bauxite.E le relazioni con il Giappone si sono così incrinate in occasione della controversia sulle minuscole isole Senkaku (Diaoyu) che la Cina ha imposto un embargo sulle esportazioni di terre rare come ritorsione per il sequestro di un peschereccio cinese finito in acque giapponesi.

Info:
https://www.anobii.com/books/Occidente/9788804635697/011d1cf5b02d09a991
https://www.qlibri.it/saggistica/storia-e-biografie/occidente.-ascesa-e-crisi-di-una-civilt%C3%A0/
https://www.ilfoglio.it/cultura/2015/12/02/news/ecco-come-loccidente-si-e-illuso-90208/

Geoeconomia/Khanna

Parag Khanna – Il secolo asiatico? – Fazi (2019)

La Russia e la Cina sono oggi strategicamente piu’ vicine di quanto non lo siano mai state dai tempi della loro alleanza comunista negli anni Cinquanta.
Dal 2014 hanno avviato quella che definiscono una «partnership strategica globale».
Due terzi delle importazioni di hardware militare cinese provengono dalla Russia, che ha fornito alla Cina i caccia Su-35 e i sistemi di difesa missilistica S-400 con cui la Cina esercita un controllo sempre piu’ stretto sul Mar Cinese Meridionale.
Le loro flotte hanno condotto esercitazioni congiunte nel Pacifico e persino alle porte della NATO nei mari del Mediterraneo e del Baltico, e stanno coordinando sempre piu’ la loro militarizzazione dello spazio.[…]
Anche i legami energetici sino-russi si stanno approfondendo. Anche se tradizionalmente i primi due importatori di energia dalla Russia in Asia sono il Giappone e la Corea, il gasdotto della Gazprom Power of Siberia e gli oleodotti della Transneft Eastern Siberia-Pacific Ocean (ESPO) oggi collegano la Jacuzia al Mar del Giappone e dal 2019 arriveranno direttamente in Cina.
Anche la geografia della regione artica della Russia e’ strategicamente di grande importanza per l’Asia orientale. Mentre la Norvegia e il Canada sono i principali intermediari diplomatici per le porzioni nordamericane ed europee dell’Artico, la Russia e’ la porta d’ingresso dell’Asia nell’Artico.

Info:
https://www.iltascabile.com/societa/secolo-asiatico/
http://www.mangialibri.com/libri/il-secolo-asiatico
https://www.repubblica.it/dossier/la-repubblica-delle-idee-2019/2019/06/03/news/parag_khanna-227854599/

Europa/Balibar

Etienne Balibar – Crisi e fine dell’Europa? – Bollati Boringhieri (2016)

L’Europa ha creduto di costruire delle frontiere europee, ma in realta’ non ha frontiere, e’ essa stessa, in quanto tale, una frontiera complessa: contemporaneamente una e molteplice, fissa e mobile, rivolta verso l’esterno e l’interno.
Per usare un termine inglese, in questo caso piu’ pregnante, e’ una Borderland, una «terra di frontiera».
Cio’ significa, a mio parere, due cose di portata fondamentale e paradossale, le cui conseguenze continueranno a sfuggirci se continueremo a ragionare in termini di sovranita’ nazionale e di controlli in senso tradizionale: in primo luogo, che l’Europa non e’ uno spazio dove le frontiere si giustappongono, ma dove si sovrappongono senza riuscire veramente a fondersi; in secondo luogo, che l’Europa e’ uno spazio dove le frontiere si moltiplicano e si spostano costantemente […]
Riguardo al primo punto […] l’Europa non ha un’unica identificazione in termini di «territorio».
Siamo portati a credere che i confini esterni dell’Europa siano le frontiere reali dell’Europa, ma non e’ vero. Perche’ questi confini non coincidono né con quelli del Consiglio d’Europa (che include la Russia, l’Ucraina, la Turchia e tutti gli Stati balcanici e rientra nelle competenze della Corte europea dei diritti dell’uomo), né con quelli della NATO (che include gli Stati Uniti, la Norvegia, la Turchia ecc. ed e’ responsabile della protezione del territorio europeo, in particolare contro gli avversari dell’Est, e di una parte delle operazioni militari sulla sponda meridionale del Mediterraneo), né con la spazio Schengen (che include la Svizzera ma non il Regno Unito), né con l’eurozona, dove regnano la moneta unica e l’unione bancaria sotto il controllo della Banca centrale europea (e che include ancora la Grecia ma non il Regno Unito, la Svezia, e la Polonia).
Visti gli avvenimenti recenti, credo sia d’obbligo ammettere che queste diverse aree non arriveranno mai a fondersi. E che, di conseguenza, l’Europa non sia definibile come un territorio se non in modo riduttivo e di fatto contraddittorio. […]
Ritorniamo comunque al triste spettacolo che ci offre in questo momento l’Europa di fronte alla sfida migratoria e tentiamo di definire più precisamente il senso delle moltiplicazioni, degli spostamenti delle frontiere.
E’ il nostro secondo punto […]
L’appartenenza formale all’Unione europea e’ diventata un criterio secondario: i Balcani sono in Europa, come vogliono d’altronde la geografia e la storia, di modo che, ad esempio, il «muro» ungherese taglia l’Europa e riproduce il tipo di segregazione che pretende di escludere (come ha fatto osservare a mezza voce il portavoce della Commissione). D’altra parte, alcuni Paesi europei da altri Paesi sono considerati non europei, ma piuttosto delle zone tampone.
Ma questa definizione non è assoluta, funziona in senso relativo, secondo un gradiente, come direbbero i fisici, che acquista un significato politico, sociologico, ideologico e anche antropologico.
Il Sud, l’altra Europa che non e’ del tutto europea ma mantiene un piede nel Terzo Mondo o gli serve da porta di accesso, per la Francia e’ l’Italia, ma per l’Inghilterra e’ la Francia; per la Germania e’ l’Ungheria e tutto quello che si trova al di la’, ma per l’Ungheria e’ la Serbia, la Macedonia, la Grecia e la Turchia…
Quindi ci chiediamo: chi ferma chi? Chi e’ la guardia di frontiera dell’altro? Risposta: l’altro Stato, quello che sta piu’ a sud (o a sud- est) […]
Possiamo dunque arrivare alla doppia conclusione che si impone: nei fatti la frontiera esterna dell’Europa passa dovunque al suo interno, la taglia in parti sovrapposte; e di conseguenza l’Europa stessa – pur facendo parte del Nord – non e’ altro che una delle zone dove si gioca la grande e impossibile demarcazione del mondo attuale tra Nord e Sud. Una demarcazione che in realta’ non e’ piu’ localizzabile.
Se a questo si aggiungono le demarcazioni economiche (a volte percepite come culturali) che si stanno scavando tra il Nord e il
Sud del continente, all’interno dell’Unione europea stessa, per effetto del liberismo economico e dei rapporti tra Paesi creditori e debitori, si capisce come alcuni Paesi membri siano tentati di amputarne altri per proteggersi meglio contro quello che rappresentano o che portano in Europa.
Salvo che un atteggiamento del genere pragmaticamente
non ha senso, perche’ dove si fara’ passare la superfrontiera? Come la si definirà sotto il profilo giuridico?

Info:
https://www.lindiceonline.com/osservatorio/economia-e-politica/balibar-crisi-europa-ordoliberale/
https://www.illibraio.it/libri/etienne-balibar-crisi-e-fine-delleuropa-9788833928449/
https://left.it/2019/04/13/balibar-leuropa-va-rifondata-aprendo-i-confini/

Europa/Formenti

Carlo Formenti – La variante populista – Derive Approdi (2016)

Che l’Unione europea non sia un’istituzione democratica e’ ormai un’idea condivisa non solo dagli ambienti «euroscettici» ma anche da molti convinti europeisti.
Del resto e’ difficile negare una serie di evidenze:
1) la Commissione europea e’ un comitato di funzionari politici non eletti che rispondono ai «mercati», cioe’ alle lobby finanziarie e industriali, piuttosto che ai cittadini europei;
2) il Parlamento europeo e’ l’unico organo eletto, ma e’ dotato di limitati poteri decisionali;
3) le decisioni della Banca centrale europea in materia di politica monetaria ed economica tengono conto dei suggerimenti della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale (e della banca centrale tedesca, l’unica banca nazionale ad avere voce in capitolo) piuttosto che delle esigenze degli Stati membri, e l’elenco potrebbe proseguire.

Info:
https://sinistrainrete.info/teoria/9639-alessandro-visalli-la-variante-populista-di-formenti.html
https://www.lacittafutura.it/cultura/la-variante-populista-secondo-formenti

Europa/Balibar

Etienne Balibar – Crisi e fine dell’Europa? – Bollati Boringhieri (2016)

Vorrei [..] ricavare tre lezioni strutturali relative all’articolazione capitalistica dello Stato e del mercato […]
Prima lezione: la crisi delle finanze pubbliche non e’ un
fenomeno contabile al quale si possa attribuire una grandezza assoluta, ma e’ relativa alle decisioni momentanee dei mercati finanziari, alla loro valutazione delle capacita’ degli Stati di pagare gli interessi dei debiti e al tasso di interesse richiesto sui nuovi prestiti di cui gli Stati debitori hanno bisogno per far fronte alle scadenze.
Dunque il grado di indebitamento degli Stati, il loro grado di autonomia o di sovranita’ economica fluttuano in base al modo in cui sono costantemente valutati dai mercati, allo stesso modo di societa’ quotate in borsa.
Ma chi dice «mercato» dice un sistema di scambio e di valorizzazione i cui protagonisti principali (dominanti se non onnipotenti) sono le grandi banche e i principali fondi speculativi. Questi di conseguenza sono diventati, in senso forte, dei protagonisti politici, in quanto dettano a tutta una serie di Stati e anche alle banche centrali la loro politica sociale, economica e monetaria.
La situazione ha un impatto enorme sulla capacita’ dei corpi politici tradizionali (popoli o nazioni di cittadini) di determinare il proprio sviluppo. Oggi forse soltanto la Cina, grazie alla posizione virtualmente egemonica che sta conquistando nell’economia mondiale, sfugge a questo rovesciamento del rapporto tra la capacita’ politica degli Stati e quella degli attori finanziari deterritorializzati […]
Seconda lezione: […] nel caso dei mercati finanziari la concorrenza non porta a un equilibrio tra domanda e offerta, ma al contrario a una fuga in avanti nella capitalizzazione degli attivi, il cui valore aumenta indefinitamente con l’estensione del credito… finche’ non crolla.
O il potere pubblico impone alle operazioni speculative regole di prudenza e di trasparenza, oppure il bisogno illimitato di capitali liquidi, destinati alle speculazioni piu’ redditizie a breve termine, costringe a una deregolazione sempre piu’ totale: le due cose non possono andare insieme.
Anche qui ci si trova di fronte a un’alternativa politica nel campo dell’economia (prodotta dalla finanza), che si avvicina a un conflitto di sovranita’. […]
La difficolta’, contro cui evidentemente l’Europa va a cozzare, sta nel fatto che gli Stati (anche quelli ricchi) non sono piu’ in grado di costituire da soli delle autorita’ di regolazione efficace dei mercati finanziari, senza che d’altra parte si riesca a istituire politicamente un’autorita’ e dei poteri pubblici sovrastatali o transtatali. […]
Un terza lezione […] e’ che a lungo termine esiste una correlazione fondamentale tra il modo in cui si distribuiscono le diseguaglianze sociali tra i territori nazionali o all’interno di questi territori (diseguaglianze di reddito – salari diretti o indiretti – e dunque, date le condizioni storiche e culturali, diseguaglianze di livello e di qualita’ della vita) e le politiche attuate per aumentare la competitivita’ dal punto di vista dell’attrazione di capitali internazionali (con la pressione sul livello salariale – grazie all’immigrazione o ad accordi Stato-sindacati, o a entrambi – e la diminuzione dei prelievi fiscali, destinata inevitabilmente a minacciare le politiche di protezione sociale).
In questo quadro, gli Stati riconquistano almeno una parte della loro capacita’ di determinare politicamente le condizioni economiche della politica, che, come si e’ detto, tendono a sfuggire loro a vantaggio degli attori finanziari nel gioco del credito.

Info:
https://www.illibraio.it/libri/etienne-balibar-crisi-e-fine-delleuropa-9788833928449/
https://www.lindiceonline.com/osservatorio/economia-e-politica/balibar-crisi-europa-ordoliberale/

Geoeconomia/Khanna

Parag Khanna – Il secolo asiatico?- Fazi (2019)

Il modo in cui gli asiatici vedono gli Stati Uniti: non come una potenza egemone ma come un fornitore di servizi.
Le armi, i capitali, il petrolio e la tecnologia statunitensi rappresentano dei servizi in un mercato globale.
Gli Stati Uniti sono dei venditori, e l’Asia e’ diventata al tempo stesso il loro principale cliente e concorrente.
C’e’ stato un tempo in cui gli Stati Uniti avevano praticamente il monopolio della fornitura di sicurezza, capitali ed energia, ma ora i paesi asiatici stanno iniziando sempre piu’ a fornirsi questi servizi l’un l’altro.
Gli Stati Uniti sono meno indispensabili di quanto pensino.

Info:
https://www.iltascabile.com/societa/secolo-asiatico/
http://www.mangialibri.com/libri/il-secolo-asiatico

Europa/Boitani

Andrea Boitani – Sette luoghi comuni sull’economia – Laterza (2017)

Nel periodo 2011-2014, il rapporto debito/PIL e’ aumentato di oltre 5 punti in media nei paesi dell’Eurozona. La spiegazione piu’ semplice e’ che l’austerita’ ha finito per far ridurre la crescita del PIL reale piu’ di quanto abbia frenato la crescita del debito pubblico e percioì il rapporto tra debito e PIL e’ cresciuto di piu’ proprio nei paesi che hanno fatto una piu’ intensa cura di austerita’.
L’austerita’, dunque, ha fatto si’ ridurre il deficit primario (e in molti paesi anche quello complessivo), ma non ha permesso di migliorare il […] rapporto debito/PIL, e quindi non ha aiutato a migliorare la sostenibilita’ del debito […]. «L’austerità – scriveva Enrico Berlinguer nel 1977 – a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione puo’ essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della societa’, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola […] come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie  oggi mortificate, disperse, sprecate».
In Europa e’ stata adoperata nel primo modo.
Il secondo non sappiamo ancora se sia destinato a rimanere un sogno.

Info:
https//www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858124581
https://www.anobii.com/books/Sette_luoghi_comuni_sull%27economia/9788858124581/012e4b7607f103e80f
https://www.lavoce.info/archives/tag/i-sette-luoghi-comuni-sulleconomia/